Il partito pro patrimoniale ora è un gigante (con i piedi d’argilla)
Patrimoniale che passione. Ultimo, certo non per importanza, l’amministratore delegato di Fiat, Sergio Marchionne, il quale ieri dal Meeting ciellino a Rimini si è detto disposto a pagare la propria parte, il che vuol dire una parte maggiore, con un solo caveat: “Se l’obiettivo è chiaro”. Lo aveva annunciato già Luca Cordero di Montezemolo (per il quale, sappiamo da ieri, Marchionne voterebbe se si presentasse in politica), citando fulgidi esempi nel panorama del capitalismo mondiale come Warren Buffett. Il partito della patrimoniale, dunque, conta nelle sue file membri eccellenti e certo non scontati.
13 AGO 20

Patrimoniale che passione. Ultimo, certo non per importanza, l’amministratore delegato di Fiat, Sergio Marchionne, il quale ieri dal Meeting ciellino a Rimini si è detto disposto a pagare la propria parte, il che vuol dire una parte maggiore, con un solo caveat: “Se l’obiettivo è chiaro”. Lo aveva annunciato già Luca Cordero di Montezemolo (per il quale, sappiamo da ieri, Marchionne voterebbe se si presentasse in politica), citando fulgidi esempi nel panorama del capitalismo mondiale come Warren Buffett. Il partito della patrimoniale, dunque, conta nelle sue file membri eccellenti e certo non scontati. In Italia riesce a mettere insieme la Lega, il Pd (era dubbioso, ma poi s’è fatto prendere dal vento di coda e ora avanza l’idea di una super tassa sugli immobili di valore oltre gli 800 mila euro) e la Cgil, che prepara lo sciopero generale del 6 settembre non solo contro i tagli o per rintuzzare l’attacco (per ora ipotetico anche se plausibile) alle pensioni e alle buste paga, ma per una imposta sulle grandi fortune alla francese (oltre 800 mila euro) e l’un per cento in più sui grandi immobili. Non solo: anche Ivan Malavasi, presidente di Rete Imprese Italia – a cui aderiscono cinque organizzazioni imprenditoriali come Casartigiani, Cna, Confartigianato, Confcommercio, Confesercenti – ha detto, commentando la contro manovra del Pd, che “patrimoniale è un nome che non ci piace molto, ma un’imposta sui patrimoni immobiliari (esclusi i beni strumentali) da un certo valore in su da stabilire ci vede concordi, riteniamo che abbia aspetti di equilibrio sociale”. “Abbiamo dato la nostra disponibilità a ragionare su una tassazione ordinaria sul patrimonio immobiliare”, ha spiegato il direttore generale di Viale dell’Astronomia, Gianpaolo Galli, alla fine di un incontro con il Pd. Far pagare i ricchi, insomma, nuovo Zeitgeist della crisi da debito pubblico.
Anche nel Pdl c’è forse chi sarebbe tentato, ma ieri al vertice dei gruppi parlamentari di Camera e Senato il segretario del Pdl, Angelino Alfano, ha ribadito che – così come il ministro dell’Economia Tremonti non cede sull’Iva e la Lega nord sulle pensioni – il primo partito della maggioranza farà muro sulla patrimoniale. Conta il fatto, ovviamente, che Silvio Berlusconi si sia proclamato pubblicamente campione dell’anti patrimoniale.
Ma il fronte dei tassatori è troppo frastagliato
D’altronde il Cav. può contare sul fatto che più si allargano i consensi all’idea, più si fa multiforme e contraddittoria la cosa. Chi confonde un aumento dell’aliquota sui redditi più elevati con una imposta patrimoniale, chi mette insieme l’una tantum di solidarietà con la tassa sulla casa o il prelievo sui depositi in titoli e quest’ultimo con le transazioni finanziarie, la Tobin tax e, se non altro concettualmente, la Robin (Hood) tax che peserebbe sull’energia la quale in Italia è troppo cara per colpa dei petrolieri, ma anche dello stato.
Patrimoniale che confusione, dunque. Tutti vogliono qualcosa che chiamano allo stesso modo, ma è diverso da quel che chiedono gli altri. Finché si trattava di idee ardite di due studiosi, anche se personaggi eccellenti di vario grado e livello, era facile dire “sì” e “no”. L’ex premier Giuliano Amato, nel gennaio scorso, aveva proposto di far pagare 30 mila euro in due anni al 30 per cento più ricco della popolazione, così da ridurre del 30 per cento il rapporto tra debito pubblico e pil. La magia pitagorica dei tre trenta è una formula immaginifica, ma scarsamente efficace. Se quel 30 per cento più ricco pagasse il 30 per cento dell’Irpef, si potrebbe raggiungere un risultato più duraturo. L’ex banchiere dc Pellegrino Capaldo, sempre a gennaio, partiva dalla necessità di dare un taglio secco allo stock del debito. La via maestra – spiegò Capaldo al Corriere della Sera – è venderne una quota ai privati, ma non è il momento. Di qui la scorciatoia immobiliare tassando i singoli cespiti tra il 5 e il 20 per cento. Insomma, le case sempre le case, come vacche da mungere.
“No pasaran”, ha giurato Berlusconi. Ma adesso si trova in una situazione molto più complicata. In primo luogo deve fare in modo che a ogni “no” corrisponda un “sì”, affinché il risultato finale in termini di riduzione del deficit resti lo stesso. In secondo luogo, deve tenere insieme una maggioranza dagli interessi diversi e dalle idee contraddittorie. Ma soprattutto non può far passare l’idea che, alla fine della fiera, tutto si risolva in una tipica stangata da Prima Repubblica.
Confusion de confusiones. Ma non è un dato di fatto come per la Borsa di Amsterdam nel 1688, raccontata nel dialogo di José de la Vega. No, è conseguenza di una mancata riforma del fisco. Esiste una idea di fondo, annunciata dal ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, e condivisa da molti, anche nell’opposizione: spostare progressivamente il peso della tassazione dalle persone alle cose. Un riequilibrio nel quale potrebbe entrare non solo l’Iva, ma anche una qualche patrimoniale visto che il 10 per cento delle famiglie detiene il 44 per cento della ricchezza nazionale. Spostare non vuol dire aggiungere. A parità di risultato occorre ridurre l’Irpef, imposta colabrodo, piena di buchi sotto forma di deduzioni, detrazioni, esenzioni.
Nata dal principio che chi guadagna di più paga di più, grazie alla quantità e varietà delle eccezioni possibili s’è trasformata nel suo contrario. Il lavoro dipendente contribuisce per il 53, le pensioni per il 27, dunque l’80 per cento viene dal prelievo alla fonte. Qui non si tratta di evasione in senso proprio, la questione riguarda le scappatoie. Un tema legato all’imposta sui redditi in sé, dunque non solo italiano, ma che in Italia è più acuto e confuso. Basti dire che ci sono tre Irpef – nazionale, comunale e regionale – ciascuna delle quali nasconde le proprie eccezioni. L’ipotesi semplice delle tre aliquote 20, 30 e 40 per cento viene fatta uscire e rientrare dai cassetti da ormai dieci anni. E mai si specifica davvero che fine fanno le deduzioni e le detrazioni.
La commissione Ceriani, istituita da Tremonti, ha prodotto documenti e proposte con un punto fermo: è possibile aumentare la base imponibile sfoltendo la giungla e raggiungendo una migliore equità. I tempi per la riforma non sono brevi, d’accordo, ma non c’è occasione migliore dell’emergenza finanziaria per dare il calcio d’inizio. Invece, ogni parlamentare si alza la mattina e inventa la propria imposta salvifica. Il rumore che sale dagli scranni rende difficile distinguere tra note e suoni falsi. Berlusconi, il quale ha fatto delle riduzioni fiscali la propria missione, adesso rischia di far la parte del Cavaliere delle tasse.
Anche nel Pdl c’è forse chi sarebbe tentato, ma ieri al vertice dei gruppi parlamentari di Camera e Senato il segretario del Pdl, Angelino Alfano, ha ribadito che – così come il ministro dell’Economia Tremonti non cede sull’Iva e la Lega nord sulle pensioni – il primo partito della maggioranza farà muro sulla patrimoniale. Conta il fatto, ovviamente, che Silvio Berlusconi si sia proclamato pubblicamente campione dell’anti patrimoniale.
Ma il fronte dei tassatori è troppo frastagliato
D’altronde il Cav. può contare sul fatto che più si allargano i consensi all’idea, più si fa multiforme e contraddittoria la cosa. Chi confonde un aumento dell’aliquota sui redditi più elevati con una imposta patrimoniale, chi mette insieme l’una tantum di solidarietà con la tassa sulla casa o il prelievo sui depositi in titoli e quest’ultimo con le transazioni finanziarie, la Tobin tax e, se non altro concettualmente, la Robin (Hood) tax che peserebbe sull’energia la quale in Italia è troppo cara per colpa dei petrolieri, ma anche dello stato.
Patrimoniale che confusione, dunque. Tutti vogliono qualcosa che chiamano allo stesso modo, ma è diverso da quel che chiedono gli altri. Finché si trattava di idee ardite di due studiosi, anche se personaggi eccellenti di vario grado e livello, era facile dire “sì” e “no”. L’ex premier Giuliano Amato, nel gennaio scorso, aveva proposto di far pagare 30 mila euro in due anni al 30 per cento più ricco della popolazione, così da ridurre del 30 per cento il rapporto tra debito pubblico e pil. La magia pitagorica dei tre trenta è una formula immaginifica, ma scarsamente efficace. Se quel 30 per cento più ricco pagasse il 30 per cento dell’Irpef, si potrebbe raggiungere un risultato più duraturo. L’ex banchiere dc Pellegrino Capaldo, sempre a gennaio, partiva dalla necessità di dare un taglio secco allo stock del debito. La via maestra – spiegò Capaldo al Corriere della Sera – è venderne una quota ai privati, ma non è il momento. Di qui la scorciatoia immobiliare tassando i singoli cespiti tra il 5 e il 20 per cento. Insomma, le case sempre le case, come vacche da mungere.
“No pasaran”, ha giurato Berlusconi. Ma adesso si trova in una situazione molto più complicata. In primo luogo deve fare in modo che a ogni “no” corrisponda un “sì”, affinché il risultato finale in termini di riduzione del deficit resti lo stesso. In secondo luogo, deve tenere insieme una maggioranza dagli interessi diversi e dalle idee contraddittorie. Ma soprattutto non può far passare l’idea che, alla fine della fiera, tutto si risolva in una tipica stangata da Prima Repubblica.
Confusion de confusiones. Ma non è un dato di fatto come per la Borsa di Amsterdam nel 1688, raccontata nel dialogo di José de la Vega. No, è conseguenza di una mancata riforma del fisco. Esiste una idea di fondo, annunciata dal ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, e condivisa da molti, anche nell’opposizione: spostare progressivamente il peso della tassazione dalle persone alle cose. Un riequilibrio nel quale potrebbe entrare non solo l’Iva, ma anche una qualche patrimoniale visto che il 10 per cento delle famiglie detiene il 44 per cento della ricchezza nazionale. Spostare non vuol dire aggiungere. A parità di risultato occorre ridurre l’Irpef, imposta colabrodo, piena di buchi sotto forma di deduzioni, detrazioni, esenzioni.
Nata dal principio che chi guadagna di più paga di più, grazie alla quantità e varietà delle eccezioni possibili s’è trasformata nel suo contrario. Il lavoro dipendente contribuisce per il 53, le pensioni per il 27, dunque l’80 per cento viene dal prelievo alla fonte. Qui non si tratta di evasione in senso proprio, la questione riguarda le scappatoie. Un tema legato all’imposta sui redditi in sé, dunque non solo italiano, ma che in Italia è più acuto e confuso. Basti dire che ci sono tre Irpef – nazionale, comunale e regionale – ciascuna delle quali nasconde le proprie eccezioni. L’ipotesi semplice delle tre aliquote 20, 30 e 40 per cento viene fatta uscire e rientrare dai cassetti da ormai dieci anni. E mai si specifica davvero che fine fanno le deduzioni e le detrazioni.
La commissione Ceriani, istituita da Tremonti, ha prodotto documenti e proposte con un punto fermo: è possibile aumentare la base imponibile sfoltendo la giungla e raggiungendo una migliore equità. I tempi per la riforma non sono brevi, d’accordo, ma non c’è occasione migliore dell’emergenza finanziaria per dare il calcio d’inizio. Invece, ogni parlamentare si alza la mattina e inventa la propria imposta salvifica. Il rumore che sale dagli scranni rende difficile distinguere tra note e suoni falsi. Berlusconi, il quale ha fatto delle riduzioni fiscali la propria missione, adesso rischia di far la parte del Cavaliere delle tasse.